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CATANIA – «Dato il susseguirsi di eventi drammatici quali suicidi e omicidi di imprenditori e lavoratori che in tal modo manifestano tutto il loro disagio economico, l’Asaec – Associazione antiestorsione “Libero Grassi” di Catania – chiede ai politici di costituire banche di diritto pubblico che possano invertire la rotta e ridare fiato all’economia, usando per esempio gli ingenti patrimoni confiscati alla mafia che, gestiti con infinita oculatezza, potrebbero realmente riavviare l’economia legale».
È questo il culmine della riflessione portata avanti dai soci Asaec, a seguito di recenti e tristi fatti di cronaca che si consumano in Sicilia e in tutta la penisola. «Il lavoro autonomo è sempre stato considerato dagli italiani il motore trainante della ricchezza del Paese – continuano i soci in una nota – sappiamo infatti che l’imprenditore, oltre ad assumere lavoratori, funge da moltiplicatore del denaro in circolazione. Oggi invece il tradizionale buonumore di colui che intraprende un’attività si è trasformato in impossibilità di investire. Il malessere e l’insicurezza hanno ormai contagiato tutte le fasce sociali, e mentre la cittadinanza attonita si schiera al fianco degli imprenditori colpiti dalla crisi economica e ne condivide la disperazione, i politici, gettata la maschera dei finti schieramenti, si mostrano spudoratamente affaccendati nell’allegra spartizione delle poltrone».
«La gente non arriva a fine mese – viene sottolineato con monito – ma anche chi potrebbe permettersi di spendere, per paura di apparire, si guarda bene dall’acquistare merci o servizi. Il dramma si consuma nell’indifferenza della politica mentre il denaro resta al sicuro dentro i caveau delle banche che sono nel frattempo diventate anche proprietarie di immensi patrimoni immobiliari».
Le quotidiane notizie di imprenditori o dipendenti che pongono fine alle loro vite o consumano gesti di disperata follia aggiungono «un tassello al mostruoso puzzle che sta delineando i contorni del periodo storico nel quale viviamo». «La legge prevede – continuano – che nel caso in cui l’imprenditore rischia di essere vittima di usura o di estorsione a causa dei debiti, la banca, per ordine del Tribunale, e su parere consultivo della Prefettura, debba sospendere i termini delle esecuzioni a suo carico, per un anno e anche oltre, come per esempio nel caso della vendita all’asta della casa o dell’azienda». Di fatto in questo sistema si insinua un’anomalia: «Le banche pur essendo le uniche deputate a gestire il credito in Italia, non sono enti statali ma appartengono ai privati. Ciò vuol dire che il loro unico interesse non è di accrescere la ricchezza del Paese ma di aumentare la ricchezza dei loro dirigenti e dei loro azionisti». Per queste ragioni è «auspicabile una maggiore attenzione alle procedure espropriative e una estrema chiarezza alla partecipazione delle aste giudiziarie. Nei corridoi dei Tribunali e degli studi privati dove avvengano le aste, è frequente incontrare personaggi malavitosi o contigui ad ambienti delinquenziali. Ciò testimonia l’acquisizione di immobili anche di prestigio, da parte delle organizzazioni mafiose, con la conseguenza che le economie illegali ripuliscono il denaro sporco attraverso l’acquisto all’asta di beni ed imprese al collasso». In conclusione: «In una crisi economica gravissima non è più possibile accettare passivamente che attraverso l’apparente sistema legale la criminalità si impossessi di una così immensa ricchezza a tutto discapito di famiglie e di imprese costrette a portare i libri in Tribunale per insolvenza. I tribunali ridiventino sede di legalità, attraverso la verifica degli interessi che legano molti personaggi di dubbia moralità sia alle banche che alle Istituzioni».
