

di Valentina Cinnirella
Scavalcano il guardrail ad uno ad uno, e dopo essersi guardati intorno cominciano la loro camminata, in fila indiana, sull’asfalto della Catania-Gela, diretti verso la città etnea. Sono tre, senza nulla in mano, appesantiti solo da larghi pantaloni e giubbotti.
Più avanti altri due, poi ancora cinque, e dall’altra sponda della strada avanzano uno dietro l’altro perfino in dieci, o forse in dodici. Ancora un altro gruppo, poi altri tre, e così fino alle porte del Residence degli Aranci a Mineo, ora chiamato “Villaggio della Solidarietà”. È difficile contarli perché le auto che di sera percorrono la SS 417, nonostante le luci abbaglianti accese, li vedono a stento. Anzi, non li vedono. Chi è al volante percepisce soltanto ombre in movimento, in un lasso di tempo di pochissimi secondi, perché le macchine in questa strada non corrono meno di 80 km all’ora. Le campagne intorno sono cancellate dal buio totale, e lungo il percorso nessuna lampada pubblica è accesa. Solo le strisce bianche sull’asfalto guidano le ruote. Non una volante delle Forze dell’Ordine in 50 chilometri.
Per quanto tempo cammineranno? Cosa mangeranno? Dove dormiranno? La sola risposta all’incredulità degli automobilisti sembra essere il loro passo veloce e impavido che trasmette la loro ferma e disperata volontà di sbarcare il lunario, lontano dal loro Paese. Mentre le auto – tante auto – convergono verso il centro della strada per scansarli, e con i fari si lanciano reciprocamente segnali di luce in segno di avvertimento, gli immigrati non sembrano percepire il grave pericolo, il rischio di essere investiti da un momento all’altro, di essere travolti da auto già in difficoltà nella loro corsa. E forse sono anche ignari di essere loro stessi un pericolo per la gente che guida. La Catania-Gela – che già conta amaramente tante vittime lungo la sua carreggiata – adesso è più insicura che mai.
