
di Filly De Luca
Questo non è un pezzo di denuncia. Al contrario di quanto possa sembrare, questo è un pezzo possibilista. Per le condizioni di una città, Catania, che sta davvero annaspando. Mai come negli scorci di questo primo decennio. Mi spiego: la stracitata crisi, alibi per eccellenza, è sotto gli occhi dei catanesi, soprattutto di quelli che quotidianamente si trovano a percorrere le cosiddette “vie del commercio”: Via Caronda, non sarà tra le principali ma è un chiaro ed evidente esempio di quello che sta accadendo. Nel solo tratto che va da via De Felice a viale XX settembre gli “affittasi bottega” sono ben sei. Sei cessate attività, sei piccole realtà che non ce l’hanno fatta,ma che fino a due-tre anni fa ce la facevano. Vestiti, accessori, prodotti per la casa: è uno specchio impietoso che racconta il tempo, le difficoltà, le sconfitte dell’economia, le tasche vuote della fascia media, l’alba dei nuovi poveri. Uno specchio che ricorda un po’ quello di Dorian Gray: i fatti battono le illusioni, e non si può più tornare indietro. La Camera di Commercio etnea ha reso noto che nel 2008 le imprese iscritte erano 1246 e quelle cessate 782, l’anno dopo il numero di queste ultime è raddoppiato, salendo a 1398. Da qui il celeberrimo 2009, “annus horribilis”. E oggi? Oggi anche note aziende del tessuto imprenditoriale catanese fanno le svendite, oggi ci si appella a un fantomatico “rinnovo locali” o ancora a un “inventario”, che va per la maggiore. Perché è dura. E’ dura crederci e non riuscirci. Non riuscirci e ammetterlo. E la colpa è della crisi, di certo la fetta più grande della torta del fallimento. E gli altri bocconi a chi a sono andati? C’è il gioco al massacro del “made in China”, c’è l’opprimente pizzo, c’è una sleale concorrenza, non c’è qualità-prezzo. E c’è la fame. Questo è un pezzo possibilista perché c’è ancora gente attaccata alla sua Catania, che qui cresce e mette su famiglia, che non intende rinunciare a quella finestra sul mare, al boato dell’Etna che da il buongiorno e la buonanotte, che se deve faticare per produrre sceglie di farlo qui, dove ci si scalda all’ombra del vulcano, a Catania.
