PAESAGGI DELL’EMERGENZA: POSSIBILI SOLUZIONI

foto_archCATANIA – La storia insegna che l’uomo, sin dai tempi delle palafitte, ha spesso vinto la sfida con la natura riuscendo a costruire in territori difficili, perfino superando se stesso con capolavori urbani come Venezia che sorge su una laguna. Cosa manca allora a quelle comunità urbane continuamente minacciate da calamità naturali quali alluvioni o frane? Si può racchiudere tutto semplicemente nelle parole “sicurezza” e “prevenzione” o la soluzione si deve cercare altrove? Secondo Eduard Bru e Juan M. Palerm – “archi-star” spagnole di fama internazionale, sabato (24 marzo) ospiti dell’Ordine e della Fondazione degli Architetti di Catania per il convegno “Paesaggi dell’emergenza” – la parola chiave è “trasformazione”. L’approccio corretto è quello della totale integrazione tra urbanistica e architettura, tra forma e pianificazione, in altre parole «l’impegno nel coniugare metodi, strumenti e tecniche diverse per generare una nuova qualità ai luoghi».

 

In Sicilia tale visione è portata avanti dall’architetto Marco Navarra, che la scorsa settimana ha riunito Bru e Palerm, insieme ad altri docenti e giovani professionisti stranieri e italiani, a Giampilieri – nota “terra fragile” – per un campus territoriale di progetto, organizzato dall’IcsPlat_camping of permanet research (piattaforma di ricerca sul paesaggio e le nuove forme di architettura). «Il filo conduttore delle attività formative organizzate quest’anno dalla Fondazione dell’Ordine – ha dichiarato la sua presidente Carlotta Reitano – è il tema del paesaggio in tutte le sue sfaccettature. Oggi abbiamo puntato l’attenzione sui “paesaggi dell’emergenza” di cui, nel nostro territorio catanese, ne sono esempio la collina di Vampolieri, e il Villaggio Santa Maria Goretti, così come la zona industriale della città».

Il presidente dell’Ordine Luigi Longhitano – che per primo ha acceso il confronto costruttivo con i colleghi spagnoli – ha parlato della «necessità dell’architetto di intervenire e collaborare, per la salvaguardia dei cittadini, alla pianificazione delle città e dei territori circostanti. La nostra figura può garantire l’armonia tra le architetture e la natura».

«La messa in sicurezza di una “collapse city”, di una città cioè costretta al collasso dalle catastrofi  – ha affermato Marco Navarra, durante gli interventi moderati dal consigliere dell’Ordine Benny Caruso – deve essere declinata con la scoperta di altri modi per rigenerare parti di città o di paesaggio, cogliendo l’occasione per farle appartenere con più forza alla contemporaneità».

Il messaggio dunque non è quello di mobilitare ingenti capitali per riparare i danni causati dalle calamità, o di ridisegnare i margini dello spazio urbano per raccogliere la gente in punti più sicuri, ma di pensare azioni rapide dentro visioni a lungo termine, di scoprire altri modi per abitare il paesaggio, di riorganizzare le forme e il senso della comunità con nuove misure di trasformazione.

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